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CURIOSITA'
ROMANE
LA FONTANELLA DEL FACCHINO
a cura di Willy Pocino
Considerata
dopo Pasquino e Marforio una delle più note "statue parlanti", il
Facchino di via Lata rappresenta in realtà un "acquaiolo", appartenente,
cioè, alla categoria degli "acquarenari" o portatori d'acqua con
il caratteristico costume dell'epoca: reca infatti tra le mani un
barilotto dal cui foro centrale una fistola versa acqua nella sottostante
vaschetta. Secondo un'altra versione la piccola fontana sarebbe
stata invece dedicata ai facchini portatori di vino, di uno dei
quali ritrarrebbe le sembianze, esattamente quelle di un tal Abbondio
Rizio, noto per la sua forza erculea e per la smodatezza nel bere.
In tempi passati la fontanella era sormontata da una lapide dedicatoria
in latino che nella traduzione diceva: "Ad Abbondio Rizio, coronato
sul pubblico marciapiede, espertissimo nel legare e soprallegare
fardelli, il quale portò quanto peso volle, visse quanto poté, ma
un giorno, mentre portava un barile di vino in spalla e un altro
in corpo, morì senza volerlo". L'iscrizione ricordava, dunque, anche
lo strano rituale cui doveva sottoporsi il nuovo facchino: i colleghi
gli facevano ripetutamente battere il sedere sul marciapiede, nel
punto esatto della postazione a lui riservata; e l'atto costituiva
la sua ufficiale presa di possesso del luogo di lavoro. La graziosa
fontanina di autore ignoto, che il Vanvitelli erroneamente attribuì
addirittura a Michelangelo, si trovava in origine in via del Corso,
ma nel 1872 fu spostata nella vicina via Lata, addossata alla parete
laterale del palazzo De Carolis (oggi palazzo della Banca di Roma),
per salvarla dagli urti delle carrozze e dalle sassate dei monelli:
gli uni e le altre allora assai frequenti. E' infatti alquanto malridotta;
costituisce, tuttavia, una testimonianza dell'umile e prezioso lavoro
svolto dalla categoria degli "Acquaroli". Essa venne comunque realizzata
in epoca rinascimentale, quando il compito della già potente corporazione
andava tramontando con il ripristino e la riutilizzazione degli
acquedotti romani che i pontefici vollero nuovamente attivare dopo
le distruzioni operate dai barbari nel periodo delle invasioni.

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